Chi ha messo piede in una città asiatica lo ha visto sfrecciare tra il traffico almeno una volta: tre ruote, un motore che sbuffa, un tettuccio colorato e un clacson sempre pronto a farsi sentire. Il Tuk Tuk è probabilmente il mezzo di trasporto più riconoscibile dell’Asia, eppure la sua storia è meno lineare di quanto sembri, tra un’origine giapponese, un contributo italiano e una consacrazione tutta thailandese e indiana.
In questo articolo proviamo a ricostruirla, con un occhio di riguardo per l’India, dove a settembre percorreremo circa 2000 chilometri a bordo di un Tuk Tuk, da Manali a Jaisalmer.
Punti chiave
- Il nome “Tuk Tuk” è onomatopeico: riproduce il suono del piccolo motore a due tempi.
- Il termine nasce in Thailandia, ma il mezzo affonda le radici nel Giappone del dopoguerra.
- In India il Tuk Tuk si chiama più propriamente “auto rickshaw” ed è legato al marchio Bajaj.
- Il progenitore più lontano è il risciò giapponese a trazione umana, nato a fine Ottocento.
Che cos’è un Tuk Tuk
Con “Tuk Tuk” si indica in genere un piccolo veicolo a tre ruote, a metà tra il motorino e l’automobile, usato come taxi urbano o come mezzo per il trasporto di merci. Ha un motore anteriore, un abitacolo posteriore aperto o semi coperto e una carrozzeria leggera pensata per muoversi agilmente nel traffico delle città asiatiche. Il nome cambia da paese a paese: in Thailandia resta “Tuk Tuk”, in India è “auto rickshaw” o semplicemente “auto”, in Cambogia si parla di “remorque”, in Bangladesh di “baby taxi” o CNG.
Perché si chiama “Tuk Tuk”: l’origine del nome
La spiegazione più accreditata è anche la più semplice: il nome è onomatopeico. Deriva dal thailandese “Tuk Tuk” e riproduce il rumore caratteristico del piccolo motore a due tempi che equipaggiava i primi modelli. Il suono acceso e ritmico del motore, in pratica, ha dato il nome al mezzo. Secondo l’Oxford English Dictionary, il termine entra nell’uso della lingua inglese a partire dal 1969, segno che a quella data il Tuk Tuk era già un’icona riconosciuta della Thailandia.
Da lì il nome si è diffuso in tutto il mondo, diventando un termine ombrello con cui, fuori dall’Asia, si indicano genericamente tutti i piccoli taxi a tre ruote, anche quando localmente hanno un altro nome.
Dal risciò al Tuk Tuk: le origini più lontane
Prima del motore, però, c’è stato l’uomo. Il progenitore del Tuk Tuk è il risciò, nato in Giappone attorno al 1869, durante la Restaurazione Meiji, come alternativa più economica e veloce ai palanchini. La parola “risciò” arriva dall’inglese “rickshaw”, a sua volta adattamento del giapponese “jinrikisha”: jin (uomo), riki (forza) e sha (veicolo), letteralmente “veicolo a forza d’uomo”. Un carretto leggero a due ruote, tirato a piedi da un uomo, che nel giro di pochi anni diventò il principale mezzo di trasporto pubblico nelle città giapponesi: già nel 1872 se ne contavano circa 40.000 solo a Tokyo.
Il risciò si diffuse presto in altri paesi asiatici e nel tempo si trasformò: prima in risciò a pedali, poi, con l’arrivo del motore, nei primi veicoli a tre ruote motorizzati.
Il Giappone e la nascita del Tuk Tuk motorizzato
Il salto decisivo avviene nel secondo dopoguerra. Nel Giappone che deve ricostruirsi, i piccoli veicoli a tre ruote diventano una soluzione pratica: più capienti di una moto, più maneggevoli di un’automobile nelle strade strette e in parte ancora danneggiate dai bombardamenti. Nel 1957 Daihatsu presenta il Midget, un piccolo tre ruote con guida a manubrio, cabina senza porte e un solo sedile, pensato per il trasporto merci.
Nel 1959 la produzione del Midget si sposta anche in Thailandia, dove il mezzo si diffonde rapidamente e diventa presto sinonimo del nome che già gli si dava per il rumore del motore: Tuk Tuk.
Il contributo italiano: la Piaggio Ape
C’è anche un capitolo italiano in questa storia. Nel 1947-48 Piaggio presenta l’Ape, il tre ruote derivato dalla Vespa, pensato per il trasporto leggero nell’Italia del dopoguerra. Il modello italiano ha un ruolo importante anche fuori dai confini nazionali: in India, un imprenditore di Coimbatore, Navalmal Kundalmal Firodia, si ispira proprio a un annuncio pubblicitario della Piaggio per sviluppare un mezzo simile per il trasporto pubblico locale.
L’arrivo e l’esplosione in India
È qui che la storia si intreccia con quella che vivremo da vicino a settembre. Nel 1949 la Bachhraj Trading Corporation, che diventerà poi Bajaj Auto, forma una joint venture con la Jaya Hind Industries di Firodia per riprodurre il tre ruote Piaggio su licenza. Bajaj costruisce l’Ape su licenza fino al 1971, anno in cui inizia a produrre un proprio modello di auto rickshaw. Negli anni Sessanta il mezzo si afferma come colonna portante del trasporto urbano indiano e nel 1973 Bajaj esporta già i propri tre ruote in cinque paesi.
Da allora l’auto rickshaw, che in India si chiama Tuk Tuk più che altro nel linguaggio dei viaggiatori stranieri, è diventato uno dei simboli più immediati del paese: giallo e verde in molte città, nero e giallo in altre, sempre presente nel traffico caotico di strade e centri urbani, dalle grandi metropoli ai paesi più piccoli.
Il Tuk Tuk oggi
Oggi il Tuk Tuk non è più soltanto un mezzo di trasporto popolare, ma anche un’icona di viaggio. In Thailandia ha assunto una forma allungata e decorata diventata quasi un simbolo turistico di Bangkok. In Cambogia si affianca il “remorque”, un rimorchio agganciato a una moto. In Sri Lanka e in Bangladesh circolano versioni a gas naturale, pensate per ridurre le emissioni nei centri urbani. Negli ultimi anni, in diverse città asiatiche, si stanno diffondendo anche i primi Tuk Tuk elettrici, segno di un mezzo che continua a evolversi restando fedele alla propria identità: leggero, economico, pensato per muoversi dove le auto faticano a passare.
Un viaggio in Tuk Tuk attraverso l’India
A settembre affronteremo un viaggio di circa 2.000 chilometri a bordo di un Tuk Tuk, da Manali a Jaisalmer, attraverso alcune delle regioni più diverse dell’India, dalle valli himalayane al deserto del Thar. Racconteremo l’esperienza passo dopo passo nei prossimi articoli: per ora ci sembrava giusto partire dalle origini di questo mezzo, prima di raccontarvi come si comporta su una strada indiana vera.
E intanto vi lasciamo un po’ di spiegazioni tecniche
Potete anche attivare i sottotitoli automatici in italiano!!








