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Il vestito del tuk tuk: potevamo scegliere la sobrietà, ma non ci apparteneva

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Ci sono momenti, nella preparazione di un viaggio, in cui bisogna prendere decisioni serie: itinerario, documenti, ricambi, attrezzatura, assicurazioni, controlli meccanici.

Poi ci sono decisioni apparentemente meno serie, tipo: “Di che colore vestiamo il tuk tuk?”.

Apparentemente, appunto.

Perché quando il mezzo con cui affronterai la 2diCorsa – Himalaya Edition è un tuk tuk, la livrea non è un dettaglio. È una dichiarazione d’intenti. È il primo modo per dire: sì, stiamo davvero per farlo. E no, evidentemente non siamo persone da grigio metallizzato.

La prima idea: stare semplici

All’inizio abbiamo provato a ragionare in modo ordinato. Colori puliti, linee semplici, qualche richiamo al nostro logo, un po’ di Italia, un po’ di identità 2diCorsa.

Insomma: una cosa sobria.

È durata poco.

Non perché fosse brutta, anzi. Era chiara, riconoscibile, facile da leggere. Ma guardandola bene ci siamo resi conto che mancava qualcosa. Era troppo educata per il tipo di viaggio che avevamo in mente.

Un tuk tuk che deve affrontare montagne, polvere, strade improbabili, paesaggi himalayani e giornate in cui probabilmente ci chiederemo “ma chi ce l’ha fatto fare?” non può vestirsi come se dovesse andare a un convegno.

Serviva più carattere.

tuk tuk da corsa con design Himalaya Edition, colore azzurro e dettagli italiani, ideale per appassio.
Esempio di studio iniziale (troppo serio per noi)

Poi sono arrivati i colori, i simboli e i ripensamenti

Da lì siamo passati a idee più vive: colori più accesi, motivi decorativi, fiori, linee indiane, piccoli simboli, occhi stilizzati. Il tuk tuk ha iniziato a perdere l’aria da mezzo “brandizzato” e a prendere quella da compagno di viaggio.

Che poi è esattamente quello che sarà.

Nel frattempo abbiamo scoperto una cosa non trascurabile: disegnare il vestito di un tuk tuk non è come colorare un rettangolo. Le superfici sono strane, i pezzi non sono dove ti aspetti, ci sono fanali da lasciare liberi, curve, tagli, fianchi, retro, proporzioni da rispettare.

In pratica, ogni volta che pensavamo “ok, ci siamo”, il tuk tuk rispondeva: “sì, bello, ma io non sono fatto così”.

E quindi via di correzioni.

Il punto di svolta: non una livrea, ma un racconto

A un certo punto abbiamo capito che il vestito doveva raccontare qualcosa del viaggio. Non solo essere colorato. Non solo essere riconoscibile. Doveva avere un senso.

Così sono arrivati i due protagonisti del disegno definitivo: Ganesha sul fronte e Garuda sul retro.

Ganesha, nella tradizione induista, è una delle figure più riconoscibili e amate: è associato alla rimozione degli ostacoli, ai nuovi inizi, alla saggezza e alla buona fortuna. Ora, senza voler pretendere troppo, diciamo che per un viaggio in tuk tuk verso l’Himalaya la questione “ostacoli” ci sembrava abbastanza pertinente.

Per questo lo abbiamo messo davanti, sul muso del tuk tuk. Sdraiato, rilassato, quasi a dire: “Tranquilli, ci penso io”. Speriamo abbia letto bene il briefing.

Sul retro invece c’è Garuda, figura mitologica legata al mondo induista e buddhista, spesso rappresentata come un essere alato, potente e protettivo. È simbolo di forza, velocità e movimento. Messo dietro, con le ali che si allargano verso i fianchi, ci piaceva come idea: qualcosa che accompagna il viaggio, che spinge, che protegge le spalle.

Davanti qualcuno che apre la strada. Dietro qualcuno che ci dà ali.

In mezzo, noi due. Con un tuk tuk. Che è una sintesi abbastanza onesta del progetto.

Vestito definitivo , salvo ripensamenti dell’ultima ora)

Dipinto a mano, come deve essere

Un altro punto importante era questo: il disegno non doveva funzionare solo sullo schermo. Doveva poter essere realizzato davvero, a pennello, da artisti locali.

Quindi abbiamo cercato uno stile vivace ma leggibile, ricco ma non impossibile, con colori forti, contorni netti e forme abbastanza semplici da poter essere dipinte a mano. Niente effetto digitale troppo perfetto, niente dettagli microscopici destinati a perdersi alla prima curva polverosa.

Volevamo qualcosa che avesse vita. E le imperfezioni della pittura manuale, in questo caso, non sono un limite: sono parte del vestito.

Perché un tuk tuk dipinto a mano, in un viaggio come questo, non deve sembrare uscito da una concessionaria. Deve sembrare pronto a partire.

Il vestito definitivo

Alla fine ci siamo arrivati.

Il nostro tuk tuk avrà colori accesi, decorazioni ispirate all’India, Ganesha sul fronte, Garuda sul retro, fiori, ali, simboli e tutto quel giusto livello di “forse abbiamo esagerato” che ci fa capire di essere sulla strada giusta.

È un vestito che parla di partenza, protezione, fortuna, movimento e un pizzico di incoscienza. Tutte cose che, messe insieme, descrivono abbastanza bene la 2diCorsa – Himalaya Edition.

Potevamo scegliere la sobrietà.

Ma, onestamente, non ci apparteneva.

E adesso guardate il Video

Lo so, ormai vi abbiamo viziati e aspettate il video finale… che non poteva mancare, ma non vi abituate!

Non perdete l’occasione per una piccola donazione alla Terra

Come sapete, abbiamo lanciato una piccola campagna di raccolta fondi, non per noi, ma per la Terra.

Leggi l’articolo e fai una donazione

La raccolta fondi è su JustGiving, la piattaforma ufficiale usata da Cool Earth e The Adventurists. È sicura, tracciabile, e il denaro va direttamente all’associazione senza intermediari.

con

Non esiste una cifra minima. Anche una piccola donazione ha un peso concreto: supporta lavoro reale, fatto da persone reali, in posti dove fa davvero la differenza.

Se avete domande su Cool Earth, sul progetto o su come funziona la raccolta, scriveteci — siamo su Instagram @2dicorsa o nel modulo di contatto.

Grazie. Davvero.

Max e Valter 🛺

Cosa vale una tappa?

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Obiettivo: €500 0% raggiunto

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più diffuso 🌳
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Un albero per un anno
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Puoi guidare il nostro tuk tuk, ma prima ci devi raggiungere
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L’attesa che divora i giorni

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Da una pazza idea invernale a settembre che bussa alla porta

C’era un freddo boia, quel giorno. Il tipo di freddo che Biella sa fare quando ci si mette d’impegno — quello che entra nelle ossa e ti fa venire voglia di pianificare cose assurde solo per scaldarsi un po’ dentro. Ed è lì, probabilmente davanti a un caffè che cominciava già a raffreddarsi, che l’idea è venuta fuori: 2.000 km in tuktuk attraverso Himalaya e Rajasthan. Settembre 2026. Leh → Jaisalmer.

Sembrava lontanissimo. Settembre, in gennaio, ha tutta l’aria di un miraggio — una di quelle date che scrivi sul calendario e poi guardi con sufficienza, convinto di avere tutto il tempo del mondo.

Poi grazie a questi giorni di gran caldo tutti noi abbiamo avuto la sensazione di un’estate anticipata una sensazione che qualcuno avesse accelerato segretamente il tempo.

È andata così — e allora divertiamoci

Un progetto che sembrava complicato — e in parte lo era — ma fedele al motto: «È andata così».

Ci divertiremo, e allora iniziamo a divertirci già da subito. A partire dall’organizzazione, dai voli, dal muoverci, dal raccontare questa cosa a più persone possibile per vedere cosa succedeva.

Le reazioni erano prevedibili e bellissime, nell’ordine: perplessità, una pausa, poi la domanda inevitabile — «ma chi ve lo fa fare?»

Ed è lì che capivi se avevi davanti un curioso o qualcuno che stava già pensando ad altro. I curiosi si avvicinavano un po’, facevano domande, volevano sapere il percorso, il mezzo, i chilometri. Gli altri alzavano un sopracciglio e cambiavano argomento. Entrambi ci stanno, per carità — ma è con i primi che abbiamo costruito qualcosa.

Perché è questo il motore silenzioso di una spedizione come questa: l’entusiasmo degli altri. Non quello che ti metti in tasca da solo davanti alla mappa, ma quello che vedi accendersi negli occhi di chi ti ascolta e a un certo punto dice «caspita, ma allora ci credo anch’io». Ogni volta che è successo — ogni piccolo mattoncino di supporto, ogni sponsor che ha detto sì — è stata benzina in più per un tuktuk che di benzina, francamente, ne ha bisogno.

Max nel frattempo lavorava a testa bassa sul sito, sui canali, sugli strumenti per tenervi aggiornati in tempo reale — sapendo esattamente cosa voleva ottenere: trasmettere magia e curiosità. Il risultato lo vedete voi stessi.

il tempo che passa rickshaw run

Gli amici, gli sponsor, e il crowdfunding per il pianeta

C’è una cosa che non ci aspettavamo, o almeno non in questa misura: l’interesse degli amici. Non il tipo di interesse educato — «che bello, fatemi sapere» — ma quello vero, curioso, un po’ ansioso. Quello di chi vuole sapere come faremo, se il tuktuk reggerà, se dormiremo per terra, cosa mangeremo, se avremo il segnale.

Qualcuno ha deciso di seguirci anche in modo concreto: attraverso il crowdfunding, contribuendo con piccoli mattoncini a un progetto che guarda al pianeta. Non ci aspettavamo questo tipo di partecipazione, e ogni contributo ci ha ricordato perché vale la pena fare queste cose — non solo per noi, ma come gesto collettivo, anche simbolico.

Poi ci sono gli sponsor, che ci hanno creduto e ci hanno messi nelle condizioni di partire con qualcosa in più di sola buona volontà. A loro va una gratitudine concreta, non retorica.

E per chi vuole seguire l’avventura in diretta — sì, ci sarà una diretta — la trovate sul nostro canale YouTube. Speriamo sia all’altezza delle aspettative. Le nostre, intanto, le abbiamo già calibrate: non promettiamo spettacolo, promettiamo verità.

Il fanciullino che non va in pensione

C’è una cosa che questa avventura mi ha già insegnato, ancora prima di partire: quella parte di noi che guarda il mondo con meraviglia — il fanciullino, come lo chiamava Pascoli — non invecchia davvero. Si addormenta, ogni tanto. La vita quotidiana, le responsabilità, gli anni che passano: tutte cose che fanno scendere le palpebre.

Ma basta una pazza idea nata in un giorno d’inverno per svegliarlo di botto. E quando si sveglia, ti ricorda — con la stessa allegria di sempre — che la vita è fantastica e che va vissuta, anche quando gli anni volano via veloci. Anzi: soprattutto quando gli anni volano via veloci.

Anche se l’impressione è quella di partire domani mattina, abbiamo ancora alcuni giorni davanti per definire e migliorare la nostra spedizione. E possiamo farlo solo con l’aiuto e l’entusiasmo di chi già ci conosce — ma anche con la speranza di attirare qualche nuovo curioso lungo la strada. Per esempio: come decorate voi il nostro tuktuk? Scrivetecelo. Sul serio. Aspettiamo le vostre proposte — le migliori potrebbero finire davvero sulla carrozzeria. 🛺

🐘 Il Consiglio dell’Elefante — Il Saggio

Chi rimanda la partenza in attesa che tutto sia perfetto, non parte mai. Chi parte sapendo che qualcosa andrà storto, arriva comunque

— Ganesha, Il Saggio

Sì, lo so — «È andata così» suona come una resa. Ma per noi è il contrario: è la dichiarazione di chi sa che i piani cambiano, le strade sorprendono, e l’importante è essere pronti a godersela comunque.
Anche quando qualcuno ti chiede «ma chi ve lo fa fare?» — la risposta, in fondo, è semplice: noi!!
E voi, che continuate a seguirci.

Tuk-tuk challenge: mille modi per guidare un tuk-tuk.

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Esiste un modo elegante per avvicinarsi al tuk-tuk. Ordinato, quasi sportivo, con tanto di casco e circuito omologato.

Il 1° marzo 2026, al Chang International Circuit di Buriram, in Thailandia, ventidue piloti della classe regina del MotoGP — Márquez, Bagnaia, Quartararo, Martín e compagnia bella — hanno sostituito la tradizionale parata piloti con qualcosa di molto più interessante: una gara in tuk-tuk. Quello che tutti hanno già chiamato il tuk-tuk challenge 2026 Tutti in griglia, tutti su tre ruote, tutti con quella faccia da “non so bene cosa sto facendo ma ci sto dentro al cento per cento”.

Toprak Razgatlıoğlu e Jack Miller hanno vinto. Con un wheelie. Su un tuk-tuk. Sul rettilineo di un circuito MotoGP. Se non avete visto il video, guardatelo adesso — è in fondo all’articolo.

Quello che colpisce non è tanto la gara in sé, ma l’atmosfera. Campioni del mondo che non si prendono sul serio, che ridono, che spingono il tre ruote come se fosse l’ultima curva di Barcellona. Gioia pura, contagiosa, un po’ assurda.

Bello. Noi, invece, abbiamo pensato bene di fare diversamente.

Niente circuito. Niente asfalto garantito. Niente meccanici a bordopista.

In fondo, potevamo cominciare da Buriram. Due giri di pista, selfie sul podio, dove saremmo arrivati sicuramente sul gradino più alto e arrivederci. Un approccio ragionevole al mondo del tuk-tuk.

Invece no.

C’è però una seconda lettura, quella che preferiamo: il Tuk-Tuk Challenge di Buriram non è il punto di partenza. È la nostra naturale evoluzione. Torneremo dal Rajasthan con duemila chilometri di Himalaya nelle ossa, avremo imparato a curvare senza ribaltarci, attraversato guadi e frane, e a quel punto un circuito regolare sembrerà quasi rilassante. Quasi.

Nel frattempo, guardate i campioni del mondo fare quello che noi faremo — in versione molto meno glamour — tra qualche mese.

Dimenticavo.. la parte interessante comincia dal 15mo minuto

Ci rivediamo sull’Himalaya. Con meno tifo sugli spalti, ma probabilmente più yak.

Non dimenticatevi la pagina delle donazioni

Fonti: MotoGP.com, Crash.net, Thai Rath, Nation Thailand, RideApart