I mesi sono finiti. Ora si contano i giorni.
È buffo come il tempo cambi unità di misura mano a mano che la partenza si avvicina — prima erano mesi, comodi, quasi astratti, ora sono giorni che si sentono uno per uno. E in mezzo a letture, chiacchierate, curiosità raccolte qua e là e una lista di preparativi che invece di accorciarsi si allunga per dispetto, mi sono fatto un film. Uno di quelli belli, con la colonna sonora, che non vedi l’ora di scoprire se sono almeno un po’ veri. Perché più leggo, più mi viene un dubbio: il nostro sarà semplicemente un attraversamento dell’India, o un salto tra due pianeti dello stesso sistema che, per comodità e per non complicarci la vita all’anagrafe, continuiamo a chiamare così?
Da una parte il Ladakh, sospeso e silenzioso, che sembra non avere alcuna fretta di spiegarsi. Dall’altra il Rajasthan, che corre, suona il clacson anche quando non c’è nessuno da avvisare, e non si ferma mai. In mezzo, noi — su un tuktuk che dovrà attraversarli entrambi senza il lusso di sceglierne uno.
Il Ladakh: l’essenza lenta
Il Ladakh non è solo alto — è antico. Per secoli è stato crocevia silenzioso tra Tibet, Kashmir e le vie carovaniere che portavano seta e sale attraverso passi che sfiorano i cinquemila metri. Chi ci ha vissuto non ha mai avuto la pretesa di piegare quella terra: l’ha semplicemente abitata, imparando i suoi tempi invece di imporne di propri.
Si vede ancora oggi nei villaggi aggrappati alle valli, nei campi di orzo che si coltivano solo dove il ghiaccio dei ghiacciai decide di sciogliersi, nelle case costruite basse e spesse per resistere a un inverno che non fa sconti. È una vita che si è fatta severa perché la montagna non lascia alternative — e proprio per questo, forse, ha imparato a rispettarla invece che a combatterla.
Quel rispetto si intreccia con un senso religioso altrettanto silenzioso. Il buddhismo ladakho non ha bisogno di clamore: nei monasteri arroccati sulle rocce, le bandiere di preghiera sventolano portando via, un colpo di vento alla volta, pensieri che altrove terremmo stretti. È una fede che non chiede di credere per forza — chiede solo di rallentare abbastanza da accorgersi che la montagna, il cielo e la propria vita terrena sono, in fondo, la stessa cosa vista da angolazioni diverse.
Il Rajasthan: il mondo che corre
Se il Ladakh si è fatto silenzioso per rispetto della montagna, il Rajasthan si è fatto rumoroso per necessità del deserto. Qui la sopravvivenza non è mai stata una questione di pazienza, ma di scambio: il Rajasthan è cresciuto lungo le rotte carovaniere che attraversavano il Thar portando spezie, tessuti, storie — e chi si fermava troppo a lungo, nel deserto, semplicemente non ce la faceva. Da questo è nata una cultura che ha fatto della vitalità una forma di resistenza.
Lo si vede ancora nei mercati di Jaisalmer, dove tutto si intreccia — voci, colori, contrattazioni, chai versato senza mai fermare la conversazione. Le città-fortezza, con i loro haveli decorati e le mura color sabbia, non sono nate per isolarsi dal mondo ma per proteggerlo mentre continuava a scorrere. Anche la religiosità, qui, si veste diversamente rispetto al Ladakh: più visibile, più cantata, fatta di templi affollati e festival che esplodono di colore invece di sussurrare tra le bandiere di preghiera.
Non è superficialità: è un altro modo di essere profondi. Dove il Ladakh ha scelto il silenzio come forma di rispetto, il Rajasthan ha scelto il movimento come forma di vita.
Due filosofie, un solo tuktuk
Messi uno accanto all’altro, Ladakh e Rajasthan non sembrano nemici — sembrano due risposte diverse alla stessa domanda: come si convive con un ambiente che non fa sconti. Uno risponde rallentando fino a fondersi col paesaggio. L’altro risponde correndo abbastanza da non farsi fermare dal deserto.
Ed è qui che il parallelo con casa nostra torna a farsi sentire. La provincia in cui siamo cresciuti — Biella, le montagne attorno, i ritmi che si conoscono da una vita — ha qualcosa del Ladakh: una lentezza che non è pigrizia, ma è il tempo necessario perché le cose (e le persone) restino quello che sono. Le città in cui tanti di noi hanno finito per lavorare e vivere assomigliano invece al Rajasthan: rapide, dense, sempre in scambio con qualcosa d’altro. Non crediamo che uno dei due mondi sia più vero dell’altro. Crediamo solo che, come il nostro tuktuk, anche noi passiamo la vita ad attraversarli entrambi, cercando di non tradire né l’uno né l’altro.
E forse è proprio questo che si cerca in un viaggio del genere: a farsi domande che a casa non ci facciamo più, troppo occupati a correre dietro a cose che poi, a pensarci bene, manco ricordiamo perché stavamo inseguendo. Le domande buone sono diventate merce rara. Le risposte, quando arrivano, sanno un po’ di already-know-that. E allora si parte. Non tanto per scappare da casa, quanto per tornare a farci le domande giuste — magari da un sedile scomodo, a duemila metri, senza wifi.
Quando ci penso, la mia parte da runner ha già la risposta pronta: “Ci abitueremo, cambiare marcia è roba da salita, mica scienza”. Bella sicurezza. Io però un dubbio ce l’ho: la vera sfida non sarà cambiare marcia — sarà ricordarci qual è la nostra, di velocità, quando Ladakh e Rajasthan si mescoleranno sotto le ruote senza chiedere permesso. Perché è probabilmente proprio lì, in quel punto di scontro/incontro, che scopriremo qualcosa anche sulla nostra vita di tutti i giorni: quanto si sia impoverita di curiosità, di incontri veri, di sogni lasciati a metà strada — e quanto, invece, ci sia ancora da guadagnare. Basta rallentare quel tanto che serve per accorgersene.
🐘 Il Consiglio dell’Elefante — Il Saggio
Chi cammina in fretta arriva prima, ma chi cammina piano arriva insieme a se stesso.
🛺Il Ladakh non ha fretta. Il Rajasthan non si ferma mai. E noi nel mezzo, a chiederci quale sia davvero la nostra velocità — quella di prima, o quella di adesso. I mesi sono finiti. Ora si contano i giorni. E la voglia di partire, quella, ha smesso di farsi contare — fa solo rumore.
Adesso non prendeteci troppo sul serio.. siamo sempre 2diCorsa!!!!








